Con una branca di nuts

Finalmente a Yosemite e finalmente lungo le sue famose fessure! Oggi scaliamo Serenity Crack , una celebre via di tre lunghezze gradata 5.10d (6b+). Saranno l’inesperienza all’incastro, il timore reverenziale per la via e il pensiero falsamente rincuorante “prendiamo su qualche cosa in più che non si sa mai”, fattostà che arrampichiamo con doppia serie di friends (compresi micro, macro, conici e quanto più la tecnologia possa offrire), dadi di tutte le fogge e dimensioni (doppie misure, ovviamente) e altri aggeggini tanto speciali quanto inutili.

Con tutta questa roba, a parte un leggerissimo impaccio stile “armatura medioevale”, è quasi impossibile non riuscire ad avanzare in qualche modo, tuttalpiù ne va della velocità di progressione e della purezza di stile ma qui nessuno sembra avere fretta né sembra interessato a voler giudicare le tue cazzate…

Sono appeso in sosta e all’improvviso, più veloce di una pallottola, vedo emergere dal basso un local non più giovinetto, pancia piuttosto pronunciata che una t-shirt con effigiato un boccale di birra non riesce a nascondere e baffi da alpinista navigato. Lo osservo arrampicare: possiede una velocità e una sicurezza stupefacenti ma la cosa che mi lascia più meravigliato è che, per proteggersi, dispone solo di una branca (in valtellinese “manciata”) di nut, che posiziona con cura e con decisione alla distanza media di cinque metri uno dall’altro!

Ah, come ci si riesce a circondare di “false sicurezze” quando basterebbe poco, l’essenziale…

Vero è che mi sono disabituato ad usarli, questi nuts, quando invece, a saperli piazzare bene, li si potrebbe affiancare ai loro cugini a camme risparmiando peso e gran parte della ferramenta appesa all’imbragatura! Anzi, a volte si incastrano perfettamente proprio dove il mio friend preferito non ne vuole sapere…

Storia e preistoria

Nut, stopper, exentrics, dadi, blocchetti da incastro, chock, tricam, bicunei sono solo alcuni dei termini che identificano gli appartenenti a quella grande famiglia di congegni da fessura con un unico progenitore: un semplice dado esagonale filettato , forse rubato dalle ferrovie britanniche, infilato in un cordino e opportunamente incastrato in una crepa della roccia.

Se è almeno dagli anni Cinquanta che nel Regno Unito questo genere di protezioni comincia a entrare in uso (perché nut, oltre che nocciolina, vuol proprio dire dado), bisogna ricordare che sin dagli albori dell’alpinismo si praticò l’espediente di incastrare sassi nelle fessure per superare i passaggi più ardui o improteggibili; sulle Alpi questo avveniva spesso, ad esempio, sulle Dolomiti, dove le cenge sono ricche di “materia prima”.

E addirittura, in Val Masino, ben prima che l’arrampicata divenisse uno sport, già i melat (gli atavici abitanti della Val di Mello) avevano imparato a incastrare tronchi e sassi nelle fessure per riuscire a raggiungere le cenge meno accessibili.

Nel 1968 Isherwood e Kosterlitz aprono sul Pizzo Badile la “via degli inglesi”, probabilmente il primo itinerario aperto con l’uso dei nut (affiancato a quello dei chiodi) nel Masino. E’ curioso notare che se gli anglosassoni incastrano metallo, nel contempo la “scuola dell’est”, altrettanto prodiga di vie nelle Alpi centrali, nelle fessure blocca i nodi dei cordini di canapa o di nylon.

L’arrampicata “pulita”

Mentre i nut in lega di alluminio fanno le loro prime, sporadiche apparizioni sulle Alpi, gli americani li hanno già “importati” entusiasticamente nel loro paese, dove questi nuovi attrezzi possono contribuire da protagonisti a una nuova, eccezionale spinta innovativa: quella del clean climbing. Accorgendosi di come la chiodatura-schiodatura delle fessure provocasse alle stesse un continuo deterioramento (i pitons scars sono i segni rovinosi lasciati da questa azione continuata nel tempo) gli arrampicatori accolsero i nut come lo strumento ideale per praticare un tipo di arrampicata in cui non lasciare traccia del proprio passaggio, consegnando così la roccia intatta ai successivi ripetitori. Forse la salita che meglio rappresenta questo nuovo spirito è quella che Doug Robinson, Galen Rowell e Dennis Hennek compirono a Yosemite sulla parete nord ovest dell’Half-Dome nel 1973, ripetendo la via Robbins con i soli dadi da incastro (oltre venti lunghezze di corda fino al 5.9 e artif.). Gli scalatori più attivi e intraprendenti del periodo, e tra questi Yvon Chouinard e Tom Frost, cominciano a brevettare nut di varie forme e dimensioni da adattare a tutti i tipi di fessura.

Il “Nuovo Mattino” e la Val di Mello

Verso la metà degli anni Settanta gli echi californiani giungono in Italia e trovano due gruppi di giovanissimi arrampicatori, l’uno piemontese e l’altro lombardo, pronti a recepirne le novità: si tratta del cosiddetto “Nuovo Mattino”

I sassisti alzano la testa e si accorgono di come le pareti della Val di Mello, come quelle della Valle dell’Orco, siano solcate da decine di fessure mai scalate che attendono solo che qualcuno le vada a esplorare. Lungo queste larghe spaccature sono particolarmente apprezzati gli eccentrici , ovvero quei “dadoni” a sezione esagonale irregolare che insieme ai bong (delle specie di grossi chiodi da roccia angolari) sostituivano egregiamente i cunei di legno. E’ il primo periodo d’oro della “valle”, quando impiegando questo tipo di protezioni vengono aperte alcune tra le più importanti vie in fessura: Oceano Irrazionale, Bodenshaff, l’Alba del Nirvana, l’Albero delle Pere, il Risveglio di Kundalini e Luna Nascente. Nel giro di una manciata di anni alcune ditte di articoli da montagna italiane e francesi cominciano a proporre i più disparati tipi di protezione “clean”: gli stopper in duralluminio e in plastica, i tricam (che pare furono inventati dal russo Abalakov molti anni prima), gli eccentrici componibili detti policoins, i titons , ovvero profilati in acciaio dalla sezione a T e poi quelli che Popi Miotti definisce i “friend dei poveri”: i Camlock, degli strani quanto introvabili blocchetti circolari con due feritoie nelle quali il cordino, infilandovisi, avrebbe dovuto provocare la torsione del blocchetto all’interno della fessura.

Dadi oggi

In questa grande varietà di oggetti , spesso di dubbia quando non addirittura di sconosciuta tenuta, non era facile stabilire quali attrezzi fossero veramente affidabili e quali no. Non esistevano test sui materiali e anche l’esperienza sul campo non poteva dare grandi risposte quando l’imperativo era unicamente: «non volare!».

Un passo avanti fu certamente rappresentato dall’utilizzo del cavo metallico negli stopper di piccole misure mentre l’avvento dei friends, a partire dai primi anni Ottanta, permise a molti scalatori di trarsi d’impiccio da situazioni scabrose e sancì la fine degli eccentrici e di un po’ tutti i tipi di nut di grossa taglia.

Oggi si può dire che il tipo di blocchetto da incastro più affidabile e validamente affiancabile al friend è il tipo “stopper”, ovvero il classico blocchetto in lega d’alluminio a forma di parallelepipedo irregolare in cui è infilato un cordino di acciaio. Gli stopper attualmente in commercio sono certificati e per ognuno è espressa la resistenza alla rottura. Quello che fa variare (e di molto) la tenuta dei nut tra di loro è da imputare principalmente al diverso diametro del cavetto d’acciaio. Così si va da soli 3 kN (circa 300 chili) per i cosiddetti micro-nut ai 15 kN dei dadi più grossi. Questo ci permette di sottolineare che una sosta realizzata unicamente con blocchetti da incastro offre buone garanzie di tenuta solo quando costruita con “pezzi grossi”. Allo stesso modo, lungo un tiro di corda, “volare lungo” su un “micro” potrebbe avere conseguenze spiacevoli. A nostro giudizio una scelta valida operata da alcune aziende del settore è quella di vendere set completi i cui componenti hanno il cavo dello stesso diametro, il che garantisce la medesima tenuta (9-10 kN) per tutti i pezzi .

Naturalmente la tenuta di un dado, indipendentemente dalle dimensioni del cavo metallico, è direttamente legata alla bontà del suo posizionamento e alla qualità della roccia che lo circonda.

L’impiego dei nut, comunque, è assai intuitivo e non vorremmo copiare i manuali che vi insegnano come la fessura in cui li posizionate debba stringersi verso il basso… Lasceremo perdere anche le “mandrakate” stile nut collegati in contrapposizione, oppure affiancati, ecc.

Vi ricorderemo, invece, che per incastrare efficacemente un dado occorre “stremenarlo” per bene, magari aiutati in questo da una daisy o da una fettuccia e che, per evitare le conseguenti imprecazioni del secondo di cordata, è utile munirsi di un cava-nut opportunamente imbottito posteriormente.

Alcune proposte

Se vi interessa cominciare o ricominciare a usare gli stopper la prima cosa che dovete fare è averli con voi quando andate ad arrampicare (e non lasciarli a casa scegliendo esclusivamente i friends o le vie a spit). Un inizio valido, poiché generalmente non ci si fida molto, può essere quello di fare brevi tiri in artificiale incastrando solo dadi; così si impara velocemente a piazzarli in modo corretto, si evitano grossi voli e si acquista progressivamente più fiducia nella loro tenuta. Iniziate ovviamente su cose facili e magari su tiri di corda dove, di tanto in tanto, riuscite ad integrare con un friend o con uno spit.

Alcuni tiri di corda/massi sui quali ci si può esercitare tra il Remenno e la Val di Mello: il Sasso delle Crepe (IV, area Remenno); l’Albero delle Lucciole (IV-V, area Remenno); la via del Diedrone al Sasso Minato (V, area Remenno); la via della Lama (VI+, Sasso Remenno); la via l’Alba del Nirvana (V+, Val di Mello); la via Tunnel Diagonale (V, Val di Mello); la via la Crepa del Bamba (VII-, Val di Mello).

 

 

 

Si ringraziano: Daniele Fiorelli, Popi Miotti, Simone Pedeferri e Fiorelli Sport