L’arrampicata in solitaria senza corda, detta in inglese “free solo”, dalle mie parti è passata di moda.
In controtendenza rispetto ad altre discipline come, primo tra tutti, lo sci estremo? Lì, a mio giudizio, stiamo assistendo a discese sempre più difficili, esposte e rischiose che vengono affrontate da un numero sempre crescente di praticanti di tutte le fasce generazionali, dalla cosiddetta “età del rischio” a quelli che cominciano a mostrare i primi sintomi di demenza senile.
L’arrampicata senza corda è passata di moda nonostante le recenti imprese del californiano Alex Honnold che hanno lasciato il mondo con il fiato sospeso. Una figura così affascinante, la sua, che avrebbe potuto essere imitata da molti giovani e al contempo così terrifica da aver provocato, forse, l’effetto contrario.
Perché dalle mie parti trenta o quarant’anni fa di gente che arrampicava senza corda se ne vedeva eccome!
Al Sasso di Remenno gli esordienti come me volevano emulare le gesta degli scalatori più grandi e più esperti che, con le sole scarpette da arrampicata e il sacchetto della magnesite, se ne andavano a zonzo in parete a decine di metri da terra.
Riuscire a percorrere un itinerario di arrampicata in quello stile rappresentava per noi una sorta di rito di iniziazione, un modo per essere riconosciuti e accettati dalla locale comunità degli scalatori, oltre che una gran botta di adrenalina e una generosa fonte di endorfine.
Così si ripetevano vie di difficoltà solo di poco inferiori al proprio livello limite anche se, a onore del vero, di quelle vie si conosceva ogni minima increspatura della roccia dove mettere mani e piedi.
Il problema si complicava quando tutte le qualità necessarie a non precipitare venivano esportate dalla “palestra” alle grandi pareti della Val di Mello o in alta montagna…
Bisogna dire che, nonostante il gioco fosse rischioso, anzi rischiosissimo e praticato da molti, ci furono pochi incidenti seri e nel mio ricordo un solo incidente mortale.
Un mio amico, aggrappato in “free solo” agli ultimi appigli di un itinerario di quindici metri di altezza al Sasso di Remenno, precipitò nel vuoto dei primi cinque metri, strisciò lungo i successivi cinque metri di placca riuscendo miracolosamente a conservare la posizione eretta, concluse incolume la sua caduta, in piedi nell’erba alla base della parete, dopo gli ultimi cinque metri nuovamente nel vuoto (incolume a parte una leggera “insaccata” che si sarebbe fatta sentire nei giorni seguenti…)!
Oggi non gli sarebbe andata così a meraviglia, l’erba alla base della parete è scomparsa! O forse sì… L’affollamento al Remenno è tale che, precipitando, uno finirebbe impigliato nelle innumerevoli corde che si trovano in parete e, senza toccare terra, si sentirebbe più una cernia intrappolata in una rete da pesca che uno scalatore solitario vittima di un contrattempo.
Sì, l’arrampicata in solitaria senza corda dalle mie parti è passata di moda, per fortuna!