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Piccole Storie da Guida Alpina – Cacca in parete

Giunti alla base della parete il mio compagno mi chiede: «Mario, dove posso andare per la toilette?». Mi verrebbe da rispondergli: «Dove vuoi, “chi l’è tütt gabinétt”» ma Jared è californiano e so che lì da lui c’è più attenzione nei confronti delle deiezioni umane e del loro stoccaggio… Su molte guide di arrampicata americane, infatti, si trovano precise indicazioni per “non lasciare traccia” del proprio passaggio, quali “pianifica la tua giornata andando in bagno prima di andare ad arrampicare” e, se non sei riuscito a pianificare perfettamente… “dig a cathole 6 to 8 inches deep” e portati via la carta igienica in un sacchetto!

Qui da noi è un disastro, tanto che persino la letteratura alpinistica riporta vari episodi raccapriccianti… A volte, forse, la mancanza di “pianificazione” ha ispirato il nome delle vie: «Cos’hai fatto di bello? Mah, ho fatto la cacca! E la cacca com’è? La cacca è dura!» (*). E per proteggersi da una scarica di sassi qualcun altro si è trovato in situazioni ben più imbarazzanti: «Come puntai un gomito a terra per alzarmi, mi colpì una zaffata nauseabonda. Guardai in basso. Un pezzo di carta igienica rosa e una merda spiaccicata spuntavano di sotto il mio braccio (…) Il panico mi aveva cacciato nell’unico posto ai piedi della parete dove evidentemente gli alpinisti scaricavano l’ultima ansia prima di attaccare» (**).

Fin qui ho trattato del “prima”, alla base delle pareti, ma vogliamo parlare del “durante” una scalata? Ancora una volta gli americani ci dimostrano di essersi già organizzati; su El Capitan, ad esempio, hanno reso obbligatorio agganciare, al proprio saccone da recupero, uno “shit box”, un “tubo della merda” dove riporre le proprie cose. Da noi non si potrebbe fare lo stesso? Mah, nel Masino no, perché le pareti non sono verticali e per potersi poi trascinare i rifiuti bisognerebbe quantomeno inventare un “trolley shit box”, con le ruote, magari…

Comunque quando scappa, scappa, non c’è niente da fare, a me è capitato almeno due volte ed è pure pericoloso, perché devi toglierti l’imbragatura! E resta lì per settimane! Nel migliore dei casi la si può eventualmente tumulare… Il problema è che l’alpinista, mediamente, ha poca fantasia e tende ad andare a ripetere le vie che fanno tutti. Così, se fino a qualche decennio fa il “canale della merda” era lo scarico dei servizi igienici del rifugio, ora le sorgenti dei flussi fetenti sono cenge, nicchie e camini delle vie più gettonate!

Una nota positiva: sembra che l’impasto di acqua, pipì, popò e carta igienica tre veli alla camomilla offra una tenuta fantastica per le piccozze e considerando che d’inverno il freddo inibisce il senso dell’olfatto…

Neppure il sottoscritto ha molta fantasia, lo dimostra la tematica scelta per questo report; piuttosto voi, se avete soluzioni intelligenti per arginare il problema (diversificare le vie per distribuire la cacca in spazi più ampi, contenitori a tenuta stagna, calce viva per coprire la popò, nebulizzatori) fatevi avanti!

(*) Da P. Masa J. Merizzi, Val di Mello, 9000 metri sopra i prati, Egeria 1985

(**) Da J. Simpson, Questo gioco di fantasmi, Vivalda Editori 1994

Nelle foto:

“Affari urgenti sulla big wall” da R. Karl, Yosemite, dall’Oglio 1986 – il libro che ha aperto un mondo agli alpinisti europei…

Il nostro shit box, decisamente “off width” e forse il più grande tubo della merda mai apparso in Yosemite, qui durante la salita della Triple Direct a El Capitan…

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